• Maria: “Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito, con un bambino in particolare c’è stato un feeling immediato”
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Maria: “Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito, con un bambino in particolare c’è stato un feeling immediato”

Mi chiamo Maria e sono sorda dall’età di 3 anni a seguito di una febbre molto alta. Ho da sempre sentito che la mia vocazione fosse quella di aiutare i bambini poveri dell’Africa e finalmente l’ottobre scorso sono riuscita a realizzare questo mio forte di desiderio. Mi sono recata al Saint Jude per 2 settimane e la mia esperienza è stata bellissima, commovente e piena d’amore. Credo fermamente che il volere di Dio si sia compiuto.

Sono partita per il St. Jude con altri 2 volontari che già ci erano stati in precedenza. Il viaggio è stato davvero pesante e faticoso e ci abbiamo impiegato 2 giorni interi ma ne è valsa veramente la pena. Per tutto il viaggio non facevo altro che pensare ai bambini che avrei trovato là e non vedevo l’ora di conoscerli ed abbracciarli. Quando siamo arrivati ho trovato dei bambini meravigliosi. Ho ricevuto grandissimo Amore, ed è stato un Amore che non sono abituata a ricevere qui in Italia. Mi sono messa a totale disposizione dei bambini e delle mamme che si sono dimostrate aperte e disponibili nei miei confronti anche se non parlavamo la stessa lingua. Loro parlano inglese ed acholi mentre io sono bilingue italiano/lingua dei segni italiana. Ero un po’ preoccupata prima di partire che potesse esserci qualche problema di comunicazione invece sono rimasti tutti  incuriositi  e con grande entusiasmo sia i bambini che le mamme hanno voluto imparare anche loro a segnare le frasi più comuni come buongiorno, buon appetito, come stai, ho fame ecc. Inoltre sono rimasta benevolmente stupita che sul muro della sala infermeria dell’orfanotrofio ci sia dipinto l’alfabeto della lingua dei segni. Qui in Italia la lingua dei segni non è stata ancora riconosciuta a livello parlamentare (unico Stato in tutto il mondo insieme a Malta). Vedere che in Africa ci sia invece questa sensibilità e cultura mi ha fatto sentire ben accolta e ancor più amata. Ho avuto anche l’occasione di incontrare 2 bambini sordi ospiti dell’orfanotrofio che frequentano una scuola speciale per bambini sordi. Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito. Addirittura con uno dei due c’è stato un feeling immediato: appena mi ha vista da lontano senza che sapesse in anticipo che sono sorda ha reagito come se l’avesse intuito immediatamente e mi si è avvicinato abbracciandomi con un amore indescrivibile. Sono rimasta così contenta per questo che mi piacerebbe, la prossima volta che tornerò, portare un progetto semplice di apprendimento della LIS in modo anche da agevolare la comunicazione tra i 2 bambini sordi e gli altri bambini ospiti dell’orfanotrofio. Anche le mamme me lo hanno fortemente chiesto e ho promesso loro che la prossima volta faremo dei momenti di insegnamento. Nel giro di pochi giorni tutti gli abitanti di Gulu sapevano che ero una volontaria sorda. Anche quando andavo al mercato per acquistare frutta e verdura mi riconoscevano e mi venivano incontro per salutarmi e dirmi che ero benedetta da Dio. La mia preoccupazione quindi è stata infondata e ho capito che l’unica lingua che conta è solo quella dell’AMORE. Ogni giorno sia coi bambini che con le mamme facevamo grandissimi e lunghissimi abbracci. L’altra volontaria mi ha riferito che le mamme non sono abituate a grandi manifestazioni di affetto e soprattutto al contatto fisico. Perciò questa cosa ha avuto per me ancor più grande significato perché vuol dire che ci siamo amate veramente col cuore.

In queste 2 settimane di permanenza mi sono dedicata insieme agli altri volontari alla cura ed igiene dei bambini nonché a provvedere a tutti i loro bisogni quali il gioco, le poppate per i più piccoli, il cambio di abiti, le passeggiate coi bambini disabili, ecc. Ho capito quanto sia importante per loro prestargli attenzione e coinvolgerli come se fossero membri della propria famiglia. Le mamme che si dedicano a loro sono molto indaffarate e anche loro hanno la necessità ogni tanto di svagarsi. Per questo la prossima volta provvederò anche a portare qualche lavoretto come il cucito e il ricamo.

Essendo molto cattolici ogni tardo pomeriggio usano riunirsi per il rosario. Ogni sera mi univo a loro per pregare ed era un momento veramente speciale nel quale tutti i bambini pregavano in acholi concentrati e assorti. Le mamme e alcuni bambini più grandicelli mi hanno chiesto di pregare per loro anche quando sarei tornata in Italia ed è per questo che chiedo a tutti voi che mi state leggendo di dedicare una preghiera a loro e alla loro comunità.

Sono molto soddisfatta della mia permanenza malgrado abbia trovato dei problemi di igiene e la presenza di malattie come la malaria che possono anche diventare pericolose. Qualche giorno fa, siccome da quando sono rientrata sento una grande nostalgia dei bambini e delle mamme, avrei voluto mollare tutto, lasciare l’Italia e trasferirmi per sempre da loro. Poi però consapevole che qui ho una famiglia da accudire e tanti amici che mi amano ho dovuto controllarmi e capire che le mie priorità per ora sono qui a Varese. Però ho giurato a Dio di andare da loro il più volte possibile per potergli donare tutto il mio amore. Sono certa  che ritornerò prestissimo con la mano di Dio che mi accompagnerà.

  • Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”
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  • Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”

Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”

Mi chiamo Paola sono una volontaria di Varese e questa è stata la mia sesta volta in un orfanotrofio africano, la terza a Gulu. Sin da quando ero piccola mia nonna mi faceva vedere dei documentari in tv di alcuni gruppi di donne francesi che dedicavano le loro vacanze estive preparando e distribuendo cibo ai bambini dei villaggi africani. Crescendo è nato in me il desiderio di fare la stessa cosa e più leggevo di persone come Audrey Hepburn e Lady Diana che dedicavano gran parte della loro vita ad aiutare queste popolazioni più il desiderio di partire si faceva impellente. La mia prima esperienza fu con i bambini del St.Jude e della Consolation Home di Gulu nel 2010. L’impatto iniziale fu incredibile. Appena arrivata tutti i bimbi mi furono addosso…erano semplicemente stupendi e mi si riempì il cuore d’amore. Erano sporchi, vestiti di stracci, senza mutande e scalzi ma avevano dei sorrisi e degli occhi così luminosi che tutto il resto passava in secondo piano. Noi qui in occidente siamo abituati ad avere igiene e cura della persona, acqua a volontà, energia elettrica continua, tanti vestiti, a volte firmati, case confortevoli con fornelli, lavatrici e lavastoviglie e frigoriferi in cui non manca mai nulla. In orfanotrofio la situazione è totalmente differente. Un po’ perché i bambini sono veramente tanti e quindi diventa difficile per le mamme riuscire a gestirli in modo adeguato, e molto perché la mentalità del vivere in capanna è radicata in loro. Ogni mattina si svegliano intorno alle 5.30 per andare a lavarsi con l’acqua fredda del pozzo che frate Elio ha fatto costruire per servire l’orfanotrofio e l’ospedale Lacor poco più a valle. I bambini non usano portare le mutande e di fatto se un bimbo è ancora sotto i 3 o 4 anni può succedere che faccia i suoi bisogni magari proprio mentre lo stai tenendo in braccio. Gli abiti sono stracciati perché giocano come scalmanati sul prato e le mamme faticano a star dietro a tutti. Le nuove villette che sono state costruite per ospitarli sono tutte dotate di cucine economiche ma le mamme preferiscono cucinare sul fuoco come facevano una volta e in questo modo anneriscono le stanze di fuliggine. Le mamme che si occupano dei bambini disabili hanno molto più lavoro. Raramente utilizzano i pannolini e per questo capita spesso che i bambini stiano sulle carrozzine sotto al sole pieni di cacca con le mosche tutte attaccate e se le mamme sono a lavorare all’essicatoio per ore sono costretti a restare in quelle condizioni. Ogni mamma deve gestire 8 bambini, la casa, far loro da mangiare e lavare tutti i giorni e lavorare il campo. La giornata è davvero molto impegnativa e la sera le mamme sono letteralmente distrutte. I volontari in questo caso sono fondamentali perché possono sollevarle da alcune incombenze. Se al mattino le si aiuta a lavare e vestire i bambini e poi ci si occupa in particolare dei disabili portandoli a fare delle passeggiate o distraendoli con attività ludiche per loro risulta un gran sollievo e possono utilizzare quel tempo per fare altre cose come pulire la casa e lavare i vestiti. Le condizioni di vita laggiù sono davvero pesanti rispetto ai nostri standard igienici. Loro sono abituati a vivere in quel modo, noi volontari invece di solito appena arrivati subiamo un certo shock e dobbiamo resettare le nostre priorità per adeguarci agli standard loro facendo il possibile al contempo per migliorare la situazione. I volontari ci mettono tutta la loro disponibilità nell’aiutarli e nel mostrare loro che l’igiene è fondamentale soprattutto in un luogo in cui le malattie anche quelle più banali potrebbero essere dei veicoli di morte. Purtroppo ti accorgi che appena giri la testa tutto torna esattamente come prima del tuo arrivo perché la mentalità purtroppo prevale su tutto. Ma poi comprendi che non andiamo là per cambiarli ma aiutarli ed amarli.

Bisogna pertanto essere altamente motivati e avere mente e cuori aperti per poter fare volontariato in Africa perché il senso di frustrazione e di inadeguatezza è sempre lì pronto ad attanagliarti. E cosa fondamentale, soprattutto in un orfanotrofio, è avere spirito d’iniziativa perché bisogna inventarsi ogni giorno giochi coi bambini senza il supporto di tecnologie o altro e insegnare dei lavoretti da fare alle mamme che possono essere utili sia per insegnare qualcosa che per farle uscire qualche ora da quella routine pesante fatta solo di lavoro duro.

E’ un’esperienza che arricchisce il cuore e l’anima perché l’AMORE totale che ricevi dai bambini e dalle mamme, che mentre sei là hanno imparato ad avere fiducia in te, è una sensazione che quando torni fai fatica a ritrovare e ti senti smarrito, perso e nostalgico. Quando rientri ci vogliono diversi giorni a riabituarti al solito stile di vita occidentale soprattutto perché il tuo cuore è rimasto lì con loro. Là non c’è niente ma hai tutto ciò che serve. Là le persone vivono il momento, non si affannano come noi qui a volere sempre di più. Là vige la legge della sopravvivenza, il presente è estremamente presente. Qui ci sono grandi sovrastrutture, molto è artificiale, i rapporti umani purtroppo a volte sono artificiali, si è perso ogni contatto con quella che è la nostra vera essenza: l’AMORE.

La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile e chissà magari un giorno riuscire a restare con loro per sempre. Andare al Saint Jude è stato il dono più grande che mai avrei potuto fare alla mia anima. Mi mancano terribilmente tutti i bambini del St.Jude e della Consolation che sono sempre nel mio cuore e ai quali penso ogni giorno. Ho dato 100 e ho ricevuto 1 miliardo e di questo sarò loro per sempre grata. Sono certa che ci tornerò presto, anche se in realtà io non sono mai andata via da lì perché il mio cuore è rimasto insieme ai bambini, alle mamme agli altri volontari e a tutti coloro che hanno reso questa esperienza un’esperienza che mi ha permesso di crescere umanamente, culturalmente e civilmente.

Coltiviamo i vostri Progetti – 3° edizione: ci siamo anche noi!

Aiutateci a realizzare il nostro progetto: “RI-ABILITA’: IN PIEDI A PIU’ MANI!” per aiutare i bambini disabili del St.Jude Children’s Home.
Potete farlo donandoci i punti della spesa presso i Supermercati Poli, Orvea e Regina.
Per saperne di più visitate il sito
http://www.gruppopoli.it/…/pe…/coltiviamo-i-vostri-progetti/

 

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  • Una cena solidale per festeggiare la pensione!
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Una cena solidale per festeggiare la pensione!

Sabato sera, 19 novembre, il nostro Presidente insieme a tutti i colleghi e amici ha festeggiato la pensione con una cena solidale. Oltre 90 persone hanno salutato Alessio Bicego in quanto capostazione di Valdagno ma continueranno a volergli bene come amico e ex collega. La cena è stata possibile grazie a tutti i volontari e amici che ci sostengono quando i nostri Lucia e Alessio chiamano per sostenere i progetti dell’associazione al St.Jude Children’s Home. Grazie ancora a tutti e buona pensione al nostro Presidente che ora avrà più tempo per seguire i nostri progetti al St.Jude:)

  • Il nostro presidente al St.Jude
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Il nostro presidente al St.Jude

Vogliamo condividere con voi alcune foto del nostro presidente che attualmente si trova al St.Jude per monitorare i nostri progetti e far visita a tutti i bambini, Elio, Paolo, Laura e tutti coloro che si stanno impegnando in terra ugandese per i più bisognosi. Vi siamo vicini!!!

 

 

“UN SORRISO PER UN MONDO POVERO” una mostra fotografica per il St.Jude.

Per tutti coloro che vogliono aiutare il St.Jude e hanno la passione della fotografia o sono fotografi di professione vi invitiamo a partecipare alla mostra fotografica “UN SORRISO PER UN MONDO POVERO”. In una società moderna come la nostra spesso ci dimentichiamo di sorridere a differenza dei Paesi più poveri dove il sorriso è di tutti, indipendentemente dalle condizioni di vita. Un gesto che vogliamo valorizzare attraverso una mostra fotografica dove ognuno può interpretare il titolo in totale libertà.

Attendiamo i vostri scatti! Il ricavato raccolto durante la mostra sarà devoluto ai bambini del St.Jude Children’s Home.

SCARICA LA LOCANDINA PER PARTECIPARE

Tokuru Emmanuel, sìì forte.

Piccole storie dall’Uganda. Emmanuel.

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Emmanuel ha appena quattro mesi ed é appena arrivato al St. Jude. Il 6 maggio ha perso la sua mamma a causa di una grave insufficienza respiratoria e con lei il suo preziosissimo latte. Per alcuni giorni la famiglia ha acquistato del latte locale confezionato ma non era abbastanza per far crescere il piccolo Emmanuel, nato prematuro di circa 7 mesi. Il suo stesso nome Acoli, Tokuru, significa infatti piccolo, debole, che puó venire a mancare da un momento all’altro.  Dopo pochi giorni il suo papá e le sue due sorelle hanno deciso di intraprendere il viaggio da Amuru a Gulu per chiedere aiuto a Brother Elio che subito l’ha accolto al St. Jude. Per un po’ Emmanuel vivrá con noi, accudito da una Mamy delle case famiglia che insegnerá alla sorella maggiore di tredici anni a prendersi cura del fratellino. Una madre, bambina e sorella, come molte qui in Uganda che accettano con un sorriso il loro destino diventando grandi in pochi giorni per mettersi al servizio della propria famiglia. Grazie a lei Emmanuel, se sarà forte, potrà iniziare una nuova vita.

Laura