In partenza …

DSC03254Sapevo che prima o poi sarei tornata in questa terra così unica da non essere comparabile con nessun altro lembo di terra su questo mondo. Dire Africa non basta, Uganda nemmeno, Kampala ancora molto lontana dal lontano nord, e più precisamente da quell’angolo di paradiso che è il St.Jude. Ogni viso è ancora impresso nella mia mente, l’odore della loro pelle, le loro mani, sempre appiccicose e mai pulite come dovrebbero, così come i vestiti che indossano. E poi le voci, un coro di schiamazzi e urla che insieme formano la più bella musica mai a ascoltata e il ritmo, che solo loro sanno seguire, non perché l’hanno imparato ma semplicemente perché seguono il richiamo della natura. Semplice direbbero loro. Come ogni cosa che fanno. Eccoli gli eroi del St.Jude, così soli, ognuno con il proprio drammatico bagaglio addosso che pesa, come le fatiche che ogni giorno affrontano per farcela. Stare con loro sarà ancora una volta un’emozione nuova ma questa volta non sarò sola, c’è una nuova consapevolezza che è cresciuta lentamente in questi tre anni e si chiama “VolontariAmo con il St. Jude”. Una storia di vite, di persone che si sono incontrate per condividere qualcosa che risuonava in ognuna di loro ma che solo grazie all’incontro e alla condivisione hanno potuto esprimere. Penso a Tania, Cristina, Michela, Anna, Gabriele, Francesca, Maresa, Paolo, Roberto, Milena, Alessandra, Gianfranco, Lucia, Alessio,  la zia Marisa, la Rina (l’articolo è d’obbligo anche se non grammaticamente corretto), Suor Claudia Piffer, Daniele, Piergiorgio (Insieme si può), Paola, Carola, Lavinia, Orsola e altri che sicuramente ho dimenticato ma che mi scuseranno.

E poi Elio. Il collante di ogni pensiero, discussione, decisione, incomprensione. Il nostro testimone in prima linea. Lui che ha vissuto non so quante vite, per non parlare di quante ne ha salvate. Le sue giornate sono almeno di 72 ore, i chilometri percorsi, infiniti, le persone incontrate inesauribili così come le nuove relazioni e esperienze nate grazie a lui. Il primo impatto con l’Africa non sono il cielo, la terra, la gente ma è lui. Le sue truci testimonianze raccontate in stile lista della spesa, tra la contrattazione di un quintale di ananas, un pezzo di motore guasto e i water per le case nuove del St.Jude. Ma non parliamo di lui perché chi lo conosce sa anche la sua indisposizione verso gli elogi e le narrazioni sulla sua vita in stile “paladino della giustizia”.

Presto  conosceremo anche le storie di Paolo, un ragazzo volontario, stabile al St.Jude da oltre un anno che, a partire dal primo gennaio 2015 per 24 mesi, diventerà collaboratore dell’associazione “Volontariamo con il St.Jude”. Crediamo che   il principale investimento sia garantire la presenza di una persona che conosca il St.Jude e possa coordinare i nostri progetti presenti e futuri ma, soprattutto, che sappia raccogliere sul campo i bisogni reali dei bambini per permettere a chi è lontano di impegnarsi per il raggiungimento di obiettivi specifici e necessari. Non basta raccogliere fondi se non sappiamo come andranno spesi e, per correttezza di tutti coloro che donano soldi, tempo, energie, parole, sacrifici, è giusto saper rispondere.

Al mio ritorno pubblicheremo nuove notizie dal St.Jude e nuove storie.

Auguri a tutti di Buona Natale e Felice Anno Nuovo!

Silvia

CondividiShare on FacebookEmail this to someone

Hope

1901172_785789694791521_5453318094176165590_nPiccole storie dall’Uganda. Hope

Ha 20 anni Jackline, un viso serio, lo sguardo penetrante. Tornava a casa sul boda-boda (moto taxi), un incidente, uno dei tanti che accadono qui. Trauma cranico e frattura della colonna vertebrale. Un anno di ospedale e dopo in carrozzella. Ora frequenta le scuole superiori e vorrebbe diventare un medico. Ha capito che deve farcela da sola perché oltre all’orfanotrofio non ha altri posti in cui stare. Nessuno può prendersi cura di lei, neanche la sua mamma e la casa è inaccessibile per chi è su una carrozzella. A volte è disperata ma sul suo profilo facebook ha aggiunto al suo nome “Hope” e la sua foto è radiosa.

Maresa Perenchio (volontaria neuropsichiatra)

CondividiShare on FacebookEmail this to someone

Francois

francoisPiccole storie dall’Uganda. Francois

C’è un Ospedale nel West Nile al confine con il Congo. Un Ospedale missionario, ad Angal. Francois è nato lì due anni fa. La sua mamma è morta di parto dopo un taglio cesareo e il papà è ritornato in Congo per accudire gli altri figli. Francois è stato affidato a Susan, l’ostetrica che aveva assistito la mamma durante il parto. Un bel bambino sano e intelligente. Un anno fa malaria cerebrale che ha cambiato la sua vita. Ora, non sente, non vede, ha problemi motori e l’epilessia.  Susan non riesce più ad occuparsi di lui perché deve lavorare ed ha altri orfani a cui badare e vuole che Francois possa avere la riabilitazione di cui ha bisogno.  Oggi arriva accompagnata da medici italiani che sostengono l’ospedale. E’ una bella signora, alta, uno sguardo fiero e triste che va oltre. Tiene il bambino stretto in braccio come un oggetto delicato e prezioso. Sa che è qui per lasciarlo, ma non è pronta.  Prendiamo dolcemente Francois dalle sue braccia, lui sembra non accorgersene. Lei si allontana per non mostrare le sue lacrime. Anche noi siamo commosse e ci stringiamo attorno al bambino in un grande protettivo abbraccio.

Maresa Perenchio (volontaria neuropsichiatra)

CondividiShare on FacebookEmail this to someone