• Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”
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Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”

Mi chiamo Paola sono una volontaria di Varese e questa è stata la mia sesta volta in un orfanotrofio africano, la terza a Gulu. Sin da quando ero piccola mia nonna mi faceva vedere dei documentari in tv di alcuni gruppi di donne francesi che dedicavano le loro vacanze estive preparando e distribuendo cibo ai bambini dei villaggi africani. Crescendo è nato in me il desiderio di fare la stessa cosa e più leggevo di persone come Audrey Hepburn e Lady Diana che dedicavano gran parte della loro vita ad aiutare queste popolazioni più il desiderio di partire si faceva impellente. La mia prima esperienza fu con i bambini del St.Jude e della Consolation Home di Gulu nel 2010. L’impatto iniziale fu incredibile. Appena arrivata tutti i bimbi mi furono addosso…erano semplicemente stupendi e mi si riempì il cuore d’amore. Erano sporchi, vestiti di stracci, senza mutande e scalzi ma avevano dei sorrisi e degli occhi così luminosi che tutto il resto passava in secondo piano. Noi qui in occidente siamo abituati ad avere igiene e cura della persona, acqua a volontà, energia elettrica continua, tanti vestiti, a volte firmati, case confortevoli con fornelli, lavatrici e lavastoviglie e frigoriferi in cui non manca mai nulla. In orfanotrofio la situazione è totalmente differente. Un po’ perché i bambini sono veramente tanti e quindi diventa difficile per le mamme riuscire a gestirli in modo adeguato, e molto perché la mentalità del vivere in capanna è radicata in loro. Ogni mattina si svegliano intorno alle 5.30 per andare a lavarsi con l’acqua fredda del pozzo che frate Elio ha fatto costruire per servire l’orfanotrofio e l’ospedale Lacor poco più a valle. I bambini non usano portare le mutande e di fatto se un bimbo è ancora sotto i 3 o 4 anni può succedere che faccia i suoi bisogni magari proprio mentre lo stai tenendo in braccio. Gli abiti sono stracciati perché giocano come scalmanati sul prato e le mamme faticano a star dietro a tutti. Le nuove villette che sono state costruite per ospitarli sono tutte dotate di cucine economiche ma le mamme preferiscono cucinare sul fuoco come facevano una volta e in questo modo anneriscono le stanze di fuliggine. Le mamme che si occupano dei bambini disabili hanno molto più lavoro. Raramente utilizzano i pannolini e per questo capita spesso che i bambini stiano sulle carrozzine sotto al sole pieni di cacca con le mosche tutte attaccate e se le mamme sono a lavorare all’essicatoio per ore sono costretti a restare in quelle condizioni. Ogni mamma deve gestire 8 bambini, la casa, far loro da mangiare e lavare tutti i giorni e lavorare il campo. La giornata è davvero molto impegnativa e la sera le mamme sono letteralmente distrutte. I volontari in questo caso sono fondamentali perché possono sollevarle da alcune incombenze. Se al mattino le si aiuta a lavare e vestire i bambini e poi ci si occupa in particolare dei disabili portandoli a fare delle passeggiate o distraendoli con attività ludiche per loro risulta un gran sollievo e possono utilizzare quel tempo per fare altre cose come pulire la casa e lavare i vestiti. Le condizioni di vita laggiù sono davvero pesanti rispetto ai nostri standard igienici. Loro sono abituati a vivere in quel modo, noi volontari invece di solito appena arrivati subiamo un certo shock e dobbiamo resettare le nostre priorità per adeguarci agli standard loro facendo il possibile al contempo per migliorare la situazione. I volontari ci mettono tutta la loro disponibilità nell’aiutarli e nel mostrare loro che l’igiene è fondamentale soprattutto in un luogo in cui le malattie anche quelle più banali potrebbero essere dei veicoli di morte. Purtroppo ti accorgi che appena giri la testa tutto torna esattamente come prima del tuo arrivo perché la mentalità purtroppo prevale su tutto. Ma poi comprendi che non andiamo là per cambiarli ma aiutarli ed amarli.

Bisogna pertanto essere altamente motivati e avere mente e cuori aperti per poter fare volontariato in Africa perché il senso di frustrazione e di inadeguatezza è sempre lì pronto ad attanagliarti. E cosa fondamentale, soprattutto in un orfanotrofio, è avere spirito d’iniziativa perché bisogna inventarsi ogni giorno giochi coi bambini senza il supporto di tecnologie o altro e insegnare dei lavoretti da fare alle mamme che possono essere utili sia per insegnare qualcosa che per farle uscire qualche ora da quella routine pesante fatta solo di lavoro duro.

E’ un’esperienza che arricchisce il cuore e l’anima perché l’AMORE totale che ricevi dai bambini e dalle mamme, che mentre sei là hanno imparato ad avere fiducia in te, è una sensazione che quando torni fai fatica a ritrovare e ti senti smarrito, perso e nostalgico. Quando rientri ci vogliono diversi giorni a riabituarti al solito stile di vita occidentale soprattutto perché il tuo cuore è rimasto lì con loro. Là non c’è niente ma hai tutto ciò che serve. Là le persone vivono il momento, non si affannano come noi qui a volere sempre di più. Là vige la legge della sopravvivenza, il presente è estremamente presente. Qui ci sono grandi sovrastrutture, molto è artificiale, i rapporti umani purtroppo a volte sono artificiali, si è perso ogni contatto con quella che è la nostra vera essenza: l’AMORE.

La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile e chissà magari un giorno riuscire a restare con loro per sempre. Andare al Saint Jude è stato il dono più grande che mai avrei potuto fare alla mia anima. Mi mancano terribilmente tutti i bambini del St.Jude e della Consolation che sono sempre nel mio cuore e ai quali penso ogni giorno. Ho dato 100 e ho ricevuto 1 miliardo e di questo sarò loro per sempre grata. Sono certa che ci tornerò presto, anche se in realtà io non sono mai andata via da lì perché il mio cuore è rimasto insieme ai bambini, alle mamme agli altri volontari e a tutti coloro che hanno reso questa esperienza un’esperienza che mi ha permesso di crescere umanamente, culturalmente e civilmente.

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Una cena solidale per festeggiare la pensione!

Sabato sera, 19 novembre, il nostro Presidente insieme a tutti i colleghi e amici ha festeggiato la pensione con una cena solidale. Oltre 90 persone hanno salutato Alessio Bicego in quanto capostazione di Valdagno ma continueranno a volergli bene come amico e ex collega. La cena è stata possibile grazie a tutti i volontari e amici che ci sostengono quando i nostri Lucia e Alessio chiamano per sostenere i progetti dell’associazione al St.Jude Children’s Home. Grazie ancora a tutti e buona pensione al nostro Presidente che ora avrà più tempo per seguire i nostri progetti al St.Jude:)

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