• Maria: “Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito, con un bambino in particolare c’è stato un feeling immediato”
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Maria: “Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito, con un bambino in particolare c’è stato un feeling immediato”

Mi chiamo Maria e sono sorda dall’età di 3 anni a seguito di una febbre molto alta. Ho da sempre sentito che la mia vocazione fosse quella di aiutare i bambini poveri dell’Africa e finalmente l’ottobre scorso sono riuscita a realizzare questo mio forte di desiderio. Mi sono recata al Saint Jude per 2 settimane e la mia esperienza è stata bellissima, commovente e piena d’amore. Credo fermamente che il volere di Dio si sia compiuto.

Sono partita per il St. Jude con altri 2 volontari che già ci erano stati in precedenza. Il viaggio è stato davvero pesante e faticoso e ci abbiamo impiegato 2 giorni interi ma ne è valsa veramente la pena. Per tutto il viaggio non facevo altro che pensare ai bambini che avrei trovato là e non vedevo l’ora di conoscerli ed abbracciarli. Quando siamo arrivati ho trovato dei bambini meravigliosi. Ho ricevuto grandissimo Amore, ed è stato un Amore che non sono abituata a ricevere qui in Italia. Mi sono messa a totale disposizione dei bambini e delle mamme che si sono dimostrate aperte e disponibili nei miei confronti anche se non parlavamo la stessa lingua. Loro parlano inglese ed acholi mentre io sono bilingue italiano/lingua dei segni italiana. Ero un po’ preoccupata prima di partire che potesse esserci qualche problema di comunicazione invece sono rimasti tutti  incuriositi  e con grande entusiasmo sia i bambini che le mamme hanno voluto imparare anche loro a segnare le frasi più comuni come buongiorno, buon appetito, come stai, ho fame ecc. Inoltre sono rimasta benevolmente stupita che sul muro della sala infermeria dell’orfanotrofio ci sia dipinto l’alfabeto della lingua dei segni. Qui in Italia la lingua dei segni non è stata ancora riconosciuta a livello parlamentare (unico Stato in tutto il mondo insieme a Malta). Vedere che in Africa ci sia invece questa sensibilità e cultura mi ha fatto sentire ben accolta e ancor più amata. Ho avuto anche l’occasione di incontrare 2 bambini sordi ospiti dell’orfanotrofio che frequentano una scuola speciale per bambini sordi. Nonostante la lingua dei segni non sia universale siamo riusciti ad intenderci da subito. Addirittura con uno dei due c’è stato un feeling immediato: appena mi ha vista da lontano senza che sapesse in anticipo che sono sorda ha reagito come se l’avesse intuito immediatamente e mi si è avvicinato abbracciandomi con un amore indescrivibile. Sono rimasta così contenta per questo che mi piacerebbe, la prossima volta che tornerò, portare un progetto semplice di apprendimento della LIS in modo anche da agevolare la comunicazione tra i 2 bambini sordi e gli altri bambini ospiti dell’orfanotrofio. Anche le mamme me lo hanno fortemente chiesto e ho promesso loro che la prossima volta faremo dei momenti di insegnamento. Nel giro di pochi giorni tutti gli abitanti di Gulu sapevano che ero una volontaria sorda. Anche quando andavo al mercato per acquistare frutta e verdura mi riconoscevano e mi venivano incontro per salutarmi e dirmi che ero benedetta da Dio. La mia preoccupazione quindi è stata infondata e ho capito che l’unica lingua che conta è solo quella dell’AMORE. Ogni giorno sia coi bambini che con le mamme facevamo grandissimi e lunghissimi abbracci. L’altra volontaria mi ha riferito che le mamme non sono abituate a grandi manifestazioni di affetto e soprattutto al contatto fisico. Perciò questa cosa ha avuto per me ancor più grande significato perché vuol dire che ci siamo amate veramente col cuore.

In queste 2 settimane di permanenza mi sono dedicata insieme agli altri volontari alla cura ed igiene dei bambini nonché a provvedere a tutti i loro bisogni quali il gioco, le poppate per i più piccoli, il cambio di abiti, le passeggiate coi bambini disabili, ecc. Ho capito quanto sia importante per loro prestargli attenzione e coinvolgerli come se fossero membri della propria famiglia. Le mamme che si dedicano a loro sono molto indaffarate e anche loro hanno la necessità ogni tanto di svagarsi. Per questo la prossima volta provvederò anche a portare qualche lavoretto come il cucito e il ricamo.

Essendo molto cattolici ogni tardo pomeriggio usano riunirsi per il rosario. Ogni sera mi univo a loro per pregare ed era un momento veramente speciale nel quale tutti i bambini pregavano in acholi concentrati e assorti. Le mamme e alcuni bambini più grandicelli mi hanno chiesto di pregare per loro anche quando sarei tornata in Italia ed è per questo che chiedo a tutti voi che mi state leggendo di dedicare una preghiera a loro e alla loro comunità.

Sono molto soddisfatta della mia permanenza malgrado abbia trovato dei problemi di igiene e la presenza di malattie come la malaria che possono anche diventare pericolose. Qualche giorno fa, siccome da quando sono rientrata sento una grande nostalgia dei bambini e delle mamme, avrei voluto mollare tutto, lasciare l’Italia e trasferirmi per sempre da loro. Poi però consapevole che qui ho una famiglia da accudire e tanti amici che mi amano ho dovuto controllarmi e capire che le mie priorità per ora sono qui a Varese. Però ho giurato a Dio di andare da loro il più volte possibile per potergli donare tutto il mio amore. Sono certa  che ritornerò prestissimo con la mano di Dio che mi accompagnerà.

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  • Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”
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Paola: “La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile”

Mi chiamo Paola sono una volontaria di Varese e questa è stata la mia sesta volta in un orfanotrofio africano, la terza a Gulu. Sin da quando ero piccola mia nonna mi faceva vedere dei documentari in tv di alcuni gruppi di donne francesi che dedicavano le loro vacanze estive preparando e distribuendo cibo ai bambini dei villaggi africani. Crescendo è nato in me il desiderio di fare la stessa cosa e più leggevo di persone come Audrey Hepburn e Lady Diana che dedicavano gran parte della loro vita ad aiutare queste popolazioni più il desiderio di partire si faceva impellente. La mia prima esperienza fu con i bambini del St.Jude e della Consolation Home di Gulu nel 2010. L’impatto iniziale fu incredibile. Appena arrivata tutti i bimbi mi furono addosso…erano semplicemente stupendi e mi si riempì il cuore d’amore. Erano sporchi, vestiti di stracci, senza mutande e scalzi ma avevano dei sorrisi e degli occhi così luminosi che tutto il resto passava in secondo piano. Noi qui in occidente siamo abituati ad avere igiene e cura della persona, acqua a volontà, energia elettrica continua, tanti vestiti, a volte firmati, case confortevoli con fornelli, lavatrici e lavastoviglie e frigoriferi in cui non manca mai nulla. In orfanotrofio la situazione è totalmente differente. Un po’ perché i bambini sono veramente tanti e quindi diventa difficile per le mamme riuscire a gestirli in modo adeguato, e molto perché la mentalità del vivere in capanna è radicata in loro. Ogni mattina si svegliano intorno alle 5.30 per andare a lavarsi con l’acqua fredda del pozzo che frate Elio ha fatto costruire per servire l’orfanotrofio e l’ospedale Lacor poco più a valle. I bambini non usano portare le mutande e di fatto se un bimbo è ancora sotto i 3 o 4 anni può succedere che faccia i suoi bisogni magari proprio mentre lo stai tenendo in braccio. Gli abiti sono stracciati perché giocano come scalmanati sul prato e le mamme faticano a star dietro a tutti. Le nuove villette che sono state costruite per ospitarli sono tutte dotate di cucine economiche ma le mamme preferiscono cucinare sul fuoco come facevano una volta e in questo modo anneriscono le stanze di fuliggine. Le mamme che si occupano dei bambini disabili hanno molto più lavoro. Raramente utilizzano i pannolini e per questo capita spesso che i bambini stiano sulle carrozzine sotto al sole pieni di cacca con le mosche tutte attaccate e se le mamme sono a lavorare all’essicatoio per ore sono costretti a restare in quelle condizioni. Ogni mamma deve gestire 8 bambini, la casa, far loro da mangiare e lavare tutti i giorni e lavorare il campo. La giornata è davvero molto impegnativa e la sera le mamme sono letteralmente distrutte. I volontari in questo caso sono fondamentali perché possono sollevarle da alcune incombenze. Se al mattino le si aiuta a lavare e vestire i bambini e poi ci si occupa in particolare dei disabili portandoli a fare delle passeggiate o distraendoli con attività ludiche per loro risulta un gran sollievo e possono utilizzare quel tempo per fare altre cose come pulire la casa e lavare i vestiti. Le condizioni di vita laggiù sono davvero pesanti rispetto ai nostri standard igienici. Loro sono abituati a vivere in quel modo, noi volontari invece di solito appena arrivati subiamo un certo shock e dobbiamo resettare le nostre priorità per adeguarci agli standard loro facendo il possibile al contempo per migliorare la situazione. I volontari ci mettono tutta la loro disponibilità nell’aiutarli e nel mostrare loro che l’igiene è fondamentale soprattutto in un luogo in cui le malattie anche quelle più banali potrebbero essere dei veicoli di morte. Purtroppo ti accorgi che appena giri la testa tutto torna esattamente come prima del tuo arrivo perché la mentalità purtroppo prevale su tutto. Ma poi comprendi che non andiamo là per cambiarli ma aiutarli ed amarli.

Bisogna pertanto essere altamente motivati e avere mente e cuori aperti per poter fare volontariato in Africa perché il senso di frustrazione e di inadeguatezza è sempre lì pronto ad attanagliarti. E cosa fondamentale, soprattutto in un orfanotrofio, è avere spirito d’iniziativa perché bisogna inventarsi ogni giorno giochi coi bambini senza il supporto di tecnologie o altro e insegnare dei lavoretti da fare alle mamme che possono essere utili sia per insegnare qualcosa che per farle uscire qualche ora da quella routine pesante fatta solo di lavoro duro.

E’ un’esperienza che arricchisce il cuore e l’anima perché l’AMORE totale che ricevi dai bambini e dalle mamme, che mentre sei là hanno imparato ad avere fiducia in te, è una sensazione che quando torni fai fatica a ritrovare e ti senti smarrito, perso e nostalgico. Quando rientri ci vogliono diversi giorni a riabituarti al solito stile di vita occidentale soprattutto perché il tuo cuore è rimasto lì con loro. Là non c’è niente ma hai tutto ciò che serve. Là le persone vivono il momento, non si affannano come noi qui a volere sempre di più. Là vige la legge della sopravvivenza, il presente è estremamente presente. Qui ci sono grandi sovrastrutture, molto è artificiale, i rapporti umani purtroppo a volte sono artificiali, si è perso ogni contatto con quella che è la nostra vera essenza: l’AMORE.

La mia vocazione è quella di tornarci ogni volta che mi è possibile e chissà magari un giorno riuscire a restare con loro per sempre. Andare al Saint Jude è stato il dono più grande che mai avrei potuto fare alla mia anima. Mi mancano terribilmente tutti i bambini del St.Jude e della Consolation che sono sempre nel mio cuore e ai quali penso ogni giorno. Ho dato 100 e ho ricevuto 1 miliardo e di questo sarò loro per sempre grata. Sono certa che ci tornerò presto, anche se in realtà io non sono mai andata via da lì perché il mio cuore è rimasto insieme ai bambini, alle mamme agli altri volontari e a tutti coloro che hanno reso questa esperienza un’esperienza che mi ha permesso di crescere umanamente, culturalmente e civilmente.

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Morgane

Tanti anni, mesi e giorni a sognare di partire e realizzare questo viaggio che una volta prenotato il volo Milano- Entebbe con la KLM non riuscivo ancora a realizzare ciò che stavo per fare. Ormai è passato più di un mese dal rientro eppure mi sembra solo ieri di aver passato la giornata sotto l’albero di mango, al riparo dal caldo sole africano, coi tanti, allegri, chiassosi e affettuosi bambini del St. Jude. Il mio viaggio è iniziato il 13 agosto, aereo delle 6 da Milano Malpensa, scalo ad Amsterdam di un paio d’ore e poi si riparte verso Entebbe! La mattina successiva alle 7 prendo il postbus da Kampala a Gulu… il viaggio in bus dura 8 lunghe ore tra sedili caldi e afosi, sobbalzi, lunghe soste e venditori di cibo e bevande che assaltano i finestrini ad ogni sosta. Qui iniziano un susseguirsi di sensazioni nuove e strane per me; la terra rossa fiammante si fa strada fa la verde vegetazione a tratti rigogliosa, a tratti arida come una densa colata di magma, il sole è sempre alto su di me, il cielo è enorme e sconfinato e mi ritorna in mente Asterix con la sua grande paura che il cielo gli cada addosso. Poi gli odori acuti e forti dei mercati, i colori sgargianti dei tessuti degli abiti delle donne e le voci dei bimbi che ancora gracili e piccoli ti gridano “munu bye” ogni volta che passi. Mi sembra quasi un viaggio surreale. Ma le emozioni più forti si riservano per quando arrivo all’orfanotrofio, scesa dal pick-up, nemmeno il tempo di capire dove sono, come, quando e perché che un’orda di bambini festaioli corre incontro a me e agli altri due volontari con cui sono arrivata saltandoci addosso e chiedendoci il nome. Dopo il primo pomeriggio passato con loro a giocare mi sembrava di essere lì da una vita. Mi sembrava di essere lì da sempre perché l’unico requisito che ci vuole per star là e vivere a pieno ogni momento è la semplicità di essere sé stessi. Non c’è da allenarsi, capire o impegnarsi per farlo, stando con bambini così carichi di vitalità, gioia ed energia viene spontaneo adeguarsi a loro. E’ stupefacente vedere come ogni gesto, attività o gioco gli regali un sorrisone dal quale è difficile scappare e non essere contagiati. Star con loro e vederli sorridere fa venire voglia di voler far di tutto pur di sapere che potranno sorridere sempre. Ho trascorso al St. Jude poco più di un mese e i giorni, scanditi da giochi e laboratori passavano veloci trascorrendo insieme anche momenti della quotidianità, come i pasti, i bagnetti e momenti di festa come la Messa della domenica..tutto ciò ha contribuito a farmi sentire parte di una grande famiglia. La parte più difficile del viaggio è stata sicuramente la partenza, la sera prima non riuscivo a realizzare fino in fondo che il mio viaggio era giunto al termine e quando me ne son resa conto mi ha preso una gran malinconia al pensiero di lasciare lì tutte le emozioni che mi avevano regalato in quei 40 giorni tutti i bambini, le mamy, le auntis e gli altri volontari conosciuti. Son partita portandomi via un bagaglio di emozioni e ricordi bellissimi e una consapevolezza del tutto nuova di ciò che è davvero indispensabile per essere felici. Inoltre mi son portata via una grandissima voglia di ritornare. Infine ho capito che, sebbene andiamo lì come volontari con l’intenzione di lasciargli qualcosa noi, alla fine tutto ciò che ti lasciano loro è più di quanto forse non riusciamo a dargli noi. Non è facile cercare di rendere nero su bianco e comprimere in poche righe quello che è stata questa grande esperienza ma spero di essere riuscita, seppur in minima parte, a trasmettere parte delle sensazioni che ho provato al St. Jude.

Apwoyo Matek Uganda!!

Morgane

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Francesca

BASTA DAVVERO POCO PER ESSERE FELICI!

Elio oggi sarà la nostra guida ed il nostro driver personale.
Elio Croce, comboniano, è responsabile della gestione dell’orfanotrofio dal 1992.
L’orfanotrofio è situato a pochi chilometri da Gulu ed ospita circa 150 orfani da 0 a 18 anni. Costruito allo scopo di garantire un luogo sicuro per i bambini durante la guerra ultra ventennale, oggi il Saint Jude è un vero e proprio villaggio di case famiglia. Ogni “famiglia” è composta da un gruppo di bambini di ogni età, seguiti da una “mamy”. Attualmente sono presenti 17 “mamies” più due “aunties”.
Una volta adulti, i piccoli si potranno inserire nel contesto sociale e lavorativo al di fuori dell’orfanotrofio.
Al St. Jude vengono accolti, cresciuti ed accuditi anche bambini con handicap fisici e con problemi mentali.
Al nostro arrivo, i piccoli ci vengono incontro sorridenti e gioiosi. Elio è il “papà” di tutti e viene accolto sempre da urla festose, in cambio di qualche ora di gioco, di affetto e di attenzioni.
Appena metto piede giù dalla macchina, vengo letteralmente assalita da bambini che sbucano da ogni angolo e che fanno a gara per prendermi per mano (o per le dita, dato che le mani sono solo due!) e per venirmi in braccio.
Come avrei voluto avere avuto più mani e più braccia, pur di tenermeli tutti vicino!
I bimbi piccoli sono molto teneri e cercano un contatto continuamente; quelli più grandi mi osservano con curiosità, mi chiedono come mi chiamo e si divertono a ripetere il mio nome. Prendono il mio quaderno e la mia penna e si divertono a scriverci il loro nome e quello della loro scuola, per poi mostrarmeli fieri.
Rimango stupita dal fatto che si passano quaderno e penna a turno, senza litigare, per poi restituirmi il tutto, senza doverglielo chiedere.
Sono davvero fantastici e non verrei più via da lì.
Inizialmente mi sembrano tutti uguali e poi, a poco a poco, inizio a riconoscerli e ad affezionarmici: ho solo voglia di baciarli, accarezzarli e abbracciarli.
I bambini e i ragazzini disabili o con disturbi psichici sono i più difficili da gestire: per fortuna vengono accolti al St.Jude, altrimenti rimarrebbero abbandonati a sé stessi, in mezzo a una strada.
Per questi casi occorrono cure e attrezzature speciali che non sempre è facile avere. Al St.Jude si cerca di non fare mancare nulla neanche a questi piccoli.
Il caso più struggente è quello di Jackline, bambina autistica di circa 9/10 anni che per i primi 5 anni della sua vita è vissuta in un recinto insieme alle capre. Non ci sono parole per descrivere quello che si legge nei suoi occhi: paura, tristezza, ricerca di affetto che spesso è difficile poterle dare a causa della sua chiusura con il mondo esterno che, per anni, era limitato a un gregge di capre.
Impressionante.
Nonostante ciò, dopo quattro anni al St. Jude, ha fatto enormi progressi: è aumentata di peso, cammina ed è diventata a poco a poco più socievole.
La speranza non muore mai finché c’è Amore. E Jackline ne è la dimostrazione.
Ho quasi paura a toccarla, talmente è fragile e minuta: mi sembra di romperla, farle male. Cerco di avvicinarmi dolcemente e le sfioro una mano.
Inizialmente Jackline si copre il volto: non ha idea dello spazio e con la mano cerca di orientarsi e di proteggersi dalla mia presenza.
Lentamente si scopre la faccia e inizia a fissarmi con i suoi occhioni espressivi. Il muro, a poco a poco, viene meno e la piccola si lascia accarezzare la mano: sono diventata una presenza amica.
Prima di venire via, una sorpresa: Jackline accenna un sorriso e mi accarezza.
Nel pomeriggio, Elio ci accompagna alla Farm del St. Jude che si trova a 37 Km da Gulu e in cui si producono diversi prodotti locali.
La coltivazione viene destinata principalmente alla vendita. In questo modo, si vuole offrire un’opportunità di lavoro agli adulti di oggi e di domani.
La visita alla farm è estesa ad alcuni bambini dell’orfanotrofio che non vedono l’ora di salire sulla macchina insieme a noi per fare un giro: il viaggio è allietato da canti festosi e divertenti!
Basta davvero poco per essere felici.
Francesca
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LAURA: FISIOTERAPISTA E VOLONTARIA AL ST.JUDE

Quest’estate Laura è tornata al St.Jude. Quando si è così legati ad un luogo e a delle persone niente può impedirti di trovare il tempo e le energie per tornare. Questa è la storia di molti volontari che regolarmente fanno ritorno al St.Jude e grazie a loro possiamo sperare che i bambini avranno sempre qualcuno su cui contare. Quando poi alla passione si uniscono professionalità e determinazione si ottengono dei risultati che ogni volta ci danno la forza di andare avanti, realizzare progetti e pensare al futuro.
Oltre ad aiutare i bambini disabili al St.Jude attraverso la fisioterapia, l’organizzazione di meeting mirati sulle diverse disabilità, la condivisione con il personale locale e la fornitura di nuove carrozzine e ausili vari, Laura fa parte del team che regolarmente si reca nei villaggi per fornire cure farmacologiche, indicazioni terapeutiche, istruzioni e attivare progetti di microcredito.

La nostra speranza è che questo progetto possa andare avanti e crescere perchè c’è bisogno di informazione, sensibilizzazione al tema della disabilità e necessità di condividere esperienze con persone preparate ad affrontare un bisogno sempre più emergente.

Nei prossimi giorni Samuel (special need teacher) e Brenda (infermiera) inizieranno un nuovo percorso presso il St.Martin in Kenya. Vogliamo che anche al St.Jude, così come nei villaggi vicini, la gente capisca quanto è importante farsi carico dei bambini e adulti con disabilità. C’è bisogno di ognuno di loro e solo attraverso il sostegno di persone competenti e presenti possiamo garantire un supporto efficace e duraturo.

Grazie a Paolo, Laura, Samuel, Brenda, Florence, Maresa e tutti coloro che in questi anni si sono spesi e continueranno a farlo affinché la disabilità non sia più un limite ma un’opportunità per tutti coloro che la vivono e la condividono.

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E CHI L’HA DETTO CHE L’IMPOSSIBILE NON PUO’ DIVENTARE POSSIBILE?!

Anna Maria è stata l’ultima nuova arrivata alla Consolation Home; una bambina di Hoima con problemi di spasticità ai quattro arti che però non ha perso mai la speranza di poter un giorno andare a scuola come gli altri bambini.
Quando è nata purtroppo il papà ha abbandonato lei e la sua famiglia e così la mamma si è ritrovata a prendersene cura da sola, portandola con se ovunque, legandola alla schiena, fino all’età di otto anni quando finalmente Anna ha potuto realizzare il suo desiderio: poter andare a scuola! Domenica 16 febbraio è stato il giorno in cui sono arrivata al St Jude ed è stato il giorno in cui anche Anna ci è arrivata per la prima volta assieme a me, Paolo e alla mamma. Impossibile descrivere il volto di quella bambina in quel giorno: tutto sorrideva, soprattutto gli occhi! Anna era felice!
E’ stato meraviglioso vedere come gli altri bambini della Consolation l’hanno accolta e subito si è deciso di farla partire a scuola dalla Primary 1, consapevoli che Anna con parlava né l’inglese né l’acholi e a dire la sincera verità io non l’avevo nemmeno mai sentita parlare. Con una velocità incredibile ha però subito imparato i nomi dei bambini che le stavano attorno e inevitabilmente anche il mio che la seguivo nella fisioterapia e aiutavo la mamma che aveva  il compito di seguirla al mattino per lavarla e prepararla per la scuola. Ci avevo preso gusto a sentirle pronunciare il mio nome per chiamarmi quando sentiva la mia voce! Solo che malgrado passassero le settimane di scuola ci chiedevamo quanto la bambina fosse intellettivamente in grado di andare a scuola e imparare…ancora di inglese non capiva nulla, non rispondeva a nessuna domanda e a volte scoppiava in crisi di pianto…ma non è servito molto tempo ancora perché questa bambina mi insegnasse una cosa grandissima quel giorno in cui ero a fare la solita fisioterapia con tutti i bambini e stavo dando loro l’acqua con i fermenti…Anna era sdraiata alle mie spalle quando ad un certo punto sento una voce da dietro dire “Water”…mi giro e guardo Anna un po’ incredula e le chiedo se volesse qualcosa…in quel momento, con uno sforzo enorme per coordinare la bocca e parlare Anna mi guarda e scandendo ad una ad una le parole mi dice “I want water!”…credo di non aver mai dato dell’acqua così volentieri ad una persona…mi veniva quasi da piangere per la soddisfazione! Anna in quel momento mi aveva insegnato una cosa grandissima: quando desideri qualcosa con tutta te stessa, usando tutte le forze e la volontà si può raggiungere l’impossibile!

LO SGUARDO DELLA GRATITUDINE

Il “giro parenti” lo chiamavamo…la visita nei villaggi alle persone tetraplegiche e paraplegiche che il St Jude segue  e aiuta…dal centro città prendiamo la strada che porta all’università e poi di lì si gira sulla sinistra in una stradina in mezzo ai campi, sempre avanti per stradine via via più strette e affiancate dall’erba alta, fino ad arrivare ad un gruppo di capanne circondate da un giardino talmente verde che sembra ricoperto da una perfetta erba inglese. E’ di fianco a questo giardino che si trova la casa di Akena Christofer, un uomo rimasto paralizzato pochi anni fa tornando con il cognato dai campi trasportando legna, quando un palo gli è caduto direttamente sul collo colpendogli la colonna vertebrale.
Le luci, gli odori e l’arredamento della casa non erano affatto dei più piacevoli ma il sorriso di quell’uomo compensava tutto il resto; Akena sdraiato sul suo letto sotto ad una finestra chiusa da delle stoffe che lasciavano passare gran poca luce, coperto dalle uniche lenzuola che aveva. Appena usciamo da casa sua per tornare al St Jude chiedo subito a Paolo di riportarmi lì il prima possibile uno dei prossimi giorni perché quell’uomo ha diritto come tutti di vedere la luce del sole, ha diritto come tutti a riposare pulito! E così dopo pochi giorni torniamo lì con degli asciugamani, del sapone e delle lenzuola, lo sediamo con attenzione sulla carrozzina e mentre gli uomini si occupano di dare una pulita alla casa io esco con lui alla luce del sole. Non ho idea da quanto tempo Akena non uscisse, da quanto tempo non si muovesse da quel letto, ma viste le enormi gocce di sudore che gli colano giù dalla fronte capisco che il suo corpo debole non è più abituato a tali sforzi. Con delicatezza, sapone in una mano e asciugamano dall’altra, inizio a lavargli prima il viso e il busto e poi il resto del corpo fino ai piedi…l’espressione che si apre sul suo volto credo sia stata la cosa che più mi ha ripagata di quella fatica, che in realtà fatica non è stata, quel sorriso sereno e quello sguardo profondo che senza alcuna parola faceva trasparire un grazie profondo. Credo che in quel momento da parte di entrambi si sia creata una sintonia priva di barriere, di stereotipi o stupide credenze: semplicemente due persone!

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Federica

Con gioia ricordo il giorno dell’Independence Day. Quel giorno si è creato un clima di festa incredibile che mai avrei immaginato. Brother Elio ha portato una semplice bottiglia di coca ai bambini che sono impazziti dalla gioia e hanno incominciato a ballare come se non ci fosse un domani. Ho capito che la vera felicità non arrivava con i giochi o con la scuola (anche se..) ma hanno già quasi tutti gli ingredienti per essere felici. Noi scendiamo per dargli una possibilità di vita più dignitosa ma non dobbiamo credere di scendere per ‘civilizzarli’ o per renderli più contenti perché già lo possono essere.

Federica

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