Tokuru Emmanuel, sìì forte.

Piccole storie dall’Uganda. Emmanuel.

emmanu8877el1 emmanuel

Emmanuel ha appena quattro mesi ed é appena arrivato al St. Jude. Il 6 maggio ha perso la sua mamma a causa di una grave insufficienza respiratoria e con lei il suo preziosissimo latte. Per alcuni giorni la famiglia ha acquistato del latte locale confezionato ma non era abbastanza per far crescere il piccolo Emmanuel, nato prematuro di circa 7 mesi. Il suo stesso nome Acoli, Tokuru, significa infatti piccolo, debole, che puó venire a mancare da un momento all’altro.  Dopo pochi giorni il suo papá e le sue due sorelle hanno deciso di intraprendere il viaggio da Amuru a Gulu per chiedere aiuto a Brother Elio che subito l’ha accolto al St. Jude. Per un po’ Emmanuel vivrá con noi, accudito da una Mamy delle case famiglia che insegnerá alla sorella maggiore di tredici anni a prendersi cura del fratellino. Una madre, bambina e sorella, come molte qui in Uganda che accettano con un sorriso il loro destino diventando grandi in pochi giorni per mettersi al servizio della propria famiglia. Grazie a lei Emmanuel, se sarà forte, potrà iniziare una nuova vita.

Laura

 

CondividiShare on Facebook
Facebook
12Email this to someone
email

Benvenuto al St.Jude Myron!

MYRON MYRON2

Piccole storie dall’Uganda. Myron

Una settimana fa è arrivato al St. Jude un nuovo bambino. Ha circa un anno e mezzo, è bello vivace, paffutello e sorridente ed è stato abbandonato vicino ad uno degli Health Centre di Gulu. Un ragazzo l’ha raccolto dal bordo della strada e portato al distretto di polizia, dove l’hanno affidato provvisoriamente ad una donna in attesa di avviare le procedure di ricerca dei familiari. Dopo una settimana senza nessun risultato la polizia ha deciso di rivolgersi al St. Jude, che l’ha accolto in una delle case famiglia e gli ha dato un nome: Otukene Myron, che in lingua Acoli significa “cresciuto senza essere stato piantato”. Oggi il St. Jude si prenderà cura della sua crescita, continuando a ricercare i suoi genitori con la speranza che un giorno Myron possa rincontrarli.

Laura

CondividiShare on Facebook
Facebook
26Email this to someone
email
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!
  • Quest’anno compirò 9 anni!

Quest’anno compirò 9 anni!

Piccole storie dall’Uganda: Ronald.

Ho conosciuto Ronald circa un anno fa durante le visite nei villaggi e con lui la sua mamma che non rinuncia mai a nessuno dei nostri appuntamenti mensili di outreach a Paicho. Durante l’ultimo incontro Ronald era molto sofferente perché aveva tre piaghe da decubito: due alla testa e una al fianco sinistro. La mamma di Ronald non riesce a cambiargli frequentemente posizione come lui avrebbe bisogno e l’appoggio più confortevole è una stuoia con qualche vecchio lenzuolo arrotolato utilizzato come cuscino. Ronald è un bambino totalmente dipendente che soffre di epilessia, con un importante idrocefalo e il corpo completamente paralizzato. Da alcuni anni è in trattamento con farmaci anti-epilettici e da poco ha iniziato delle sedute di fisioterapia per prevenire rigidità, blocchi articolari, piaghe da decubito e per educare la sua mamma alla mobilizzazione quotidiana. Per un mese Ronald è stato ospitato in una delle case della Consolation Home per essere curato dalle piaghe e, nel frattempo, procurargli un materasso, un cuscino speciale per supportare la testa e una carrozzina.

Decidiamo di riaccompagnare il piccolo con la sua nonna al loro villaggio. La nonna di Ronald ci racconta che la sua capanna è in mezzo al nulla, o meglio, in mezzo alla campagna, che dista cinque chilometri dalla strada principale e che l’unica strada più o meno tracciata ad accedervi è un piccolo sentiero dove passa a malapena una bicicletta. Ad aspettarli a casa ci sono altri tre nipoti e la figlia, nonché la mamma di Ronald, che è ritornata al villaggio d’origine solo per un breve periodo. Già, la mamma di Ronald non vive e non si prende cura di lui perché il suo secondo marito non è d’accordo. Poco dopo aver avuto Ronald il primo marito gli ha abbandonati e con loro anche gli altri due figli. Nel mentre ha conosciuto un altro uomo originario di Kitgum (dista 80 km dal villaggio d’origine) con cui ha avuto un altro figlio. Il secondo marito, non si sa bene come, due anni fa è rimasto paralizzato e ora più di prima continua a far pressioni alla mamma di Ronald dicendole che lei deve stare lì con lui e il loro unico figlio e non deve occuparsi dei figli avuti con il primo marito. A quanto pare la mamma di Ronald trascorre la maggior parte dell’anno con il secondo marito affidando alla nonna tutti i nipoti, anche l’ultimo! Infatti per quest’ultimo la famiglia di lei ha chiesto al secondo marito dei soldi che non è disposto a pagare.

Eccoci arrivati a Paicho! Ci sistemiamo dentro una capanna per iniziare le visite quando ad un certo momento incrocio lo sguardo della nonna di Ronald, aveva gli occhi lucidi, stava piangendo in silenzio seduta tra gli altri pazienti. Appena arrivati all’incontro alcune donne, solite a partecipare ai nostri incontri mensili, la informano che sua figlia è stata ricoverata all’Health Centre di Awach con “ustioni terribili” su tutto il corpo. Essendo non molto distante da noi decidiamo di accompagnarla in ospedale. Durante il breve tragitto scopriamo che la figlia ha iniziato da poco una terza relazione con un uomo sposato e che, quasi sicuramente, è stata la moglie di quest’ultimo a causarle le ustioni su tutto il corpo gettandole addosso un secchio di olio bollente. Dai racconti delle altre donne la condizione della figlia sembra essere molto grave, fortunatamente quando giungiamo nel reparto di Medicina tiriamo un respiro di sollievo: le ustioni non sono tanto drammatiche quanto le loro descrizioni! A prendersi cura di lei ci sono la sorella e la famiglia dell’uomo che sta frequentando il quale, proprio quella mattina, si trovava al distretto di Polizia di Gulu insieme alla moglie. Dopo pochi minuti lo sguardo della nonna di Ronald non è più spaventato e preoccupato come all’inizio, le lasciamo qualche minuto da sole e poi ripartiamo con destinazione villaggio di Ronald. Inizia a piovere! Una di quelle piogge darain season dove si vede a malapena la strada e il rumore della pioggia è talmente forte che non riesci neanche a sentire la voce della persona accanto. Ad un certo punto la macchina si ferma ed ecco la stradina che porta alla casa di Ronald ed accanto un piccolo villaggio di tre capanne. Proprio in una di queste capanne Ronald e la sua nonna trascorreranno la notte, in attesa che il temporale finisca e che qualcuno con la bicicletta gli aiuti a portare tutto il necessario nella loro casa. Lasciamo alla nonna un po’ di soldi per il trasporto e le diamo appuntamento per il mese prossimo con la speranza che le piaghe di Ronald siano completamente guarite.

Laura

CondividiShare on Facebook
Facebook
8Email this to someone
email
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…
  • Moses: un altro angelo in paradiso…

Moses: un altro angelo in paradiso…

Ieri mattina il St. Jude ha celebrato il funerale di baby Mic Moses. Il piccolo Moses aveva compiuto da poco 7 mesi ed era un bimbo sorridente, sereno e socievole seppur la sua storia iniziò sul bordo di una strada. Era il 10 settembre quando Moses, su richiesta della polizia locale, fu accolto al St. Jude. Moses aveva solo un giorno di vita e pesava 1,78 kg. Fortunatamente l’appetito non gli mancava e ben presto iniziò a mettere su peso. Da una visita all’altra i medici segnavano solo che miglioramenti. Moses stava crescendo bene e non aveva nessuna delle patologie per cui era stato fatto lo screening! Da alcuni mesi un solo parametro non tornava: la concentrazione di emoglobina nel sangue, che era sotto i valori normali ma forse non al punto da richiedere una trasfusione. Tutto andava bene finché il pomeriggio di tre giorni fa Moses è stato portato d’urgenza in ospedale. Questa volta la concentrazione di emoglobina aveva raggiunto valori bassissimi. Moses aveva bisogno di altro sangue e al più presto! Allora il team medico iniziò a cercare vene in tutto il corpo per trasfonderlo, non smettendo mai di ventilare e rianimare quando era necessario. Dopo più di due ore di tentativi non c’è stato più nulla da fare, il cuore di Moses aveva smesso di battere. Nulla di tutto questo ci saremmo mai aspettati così all’improvviso. Una perdita drammatica di fronte alla quale vogliamo ricordare Mic Moses come un dono per tutti noi, come il suo stesso nome Acoli, Mic, significa. Per tutto il St. Jude, per tutta la comunità locale, per la coppia di amici spagnoli che avrebbe desiderato adottarlo e in particolare per la sua Mummy, che gli è stata vicino fino all’ultimo giorno, il cuore di Moses continuerà a battere.

Laura (3 maggio 2016)

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

Benvenuta Giovanna!

giovannaPiccole storie dall’Uganda. Giovanna.

Oggi ho incontrato in orfanotrofio Giovanna addormentata in braccio a una zia dall’aspetto triste e severo. È arrivata ieri sera, ha due giorni, un viso tenero, le labbra socchiuse in un incerto sorriso. Il suo nome in lingua acholi è Adongpiny che significa che è rimasta sola. Infatti la sua mamma è morta poco tempo dopo il parto. Aveva 41 anni ed era alla sua settima gravidanza. Ha partorito in casa come aveva fatto per gli altri bambini, ma questa volta ha avuto una grave emorragia. È stata caricata su una moto taxi ed è morta durante il viaggio per raggiungere l’ospedale. Il suo papà è in carcere. Gli altri sei bambini sono rimasti soli. Noi, come sempre, senza parole.

Maresa Perenchio

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

Jackline

DSC00627Piccole storie dall’Uganda. Jackline

Jackline … dicono che passa inosservata, causa del suo corpo così esile e quel portamento così goffo, tipico dei bambini con sindrome d’autismo e alle sofferenze che la vita non le ha risparmiato. Ha solo 10 anni, quasi come i chili che pesa. Non è solo la magrezza che colpisce, in fondo al St.Jude si equivalgono quasi tutti in quanto a mole, ma ciò che incanta di Jackline è la sua danza. Quando si muove lo noti perché è così leggera e delicata da impattare con il resto della marmaglia vicina. Se poi riesci a catturare la sua attenzione ti sa regalare uno spettacolo di emozioni; come si adagia sulle tue gambe e ti sa guardare, muovendo le dita come se dovesse spostare una ragnatela mantenendo intatte le sue forme. Seguire il suo sguardo è un viaggio in un mondo che mai nessuno riuscirà a capire. Chissà se penserà a quando viveva in un recinto con le caprette. E’ sì, perché la sua disabilità l’ha destinata a sopravvivere un anno ad erba e belati. A cosa stai pensando piccola, dolce Jackline ora che sei salva al St.Jude? Penso alla tua forza. Non hai mai parlato ma basta guardarti per ascoltare il tuo dolore.

Silvia

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

Benvenuto Denis!

10915244_804230322947458_4872481501462543480_n

Piccole storie dall’Uganda. Denis

Denis è arrivato oggi al St.Jude con il suo giovane papà dall’aria persa e con un foglio di invio della Parish di Labala. Ha appena 6 mesi, ha la tosse e sembra stanco. La sua mamma è morta a capodanno per il morso di un serpente. Chissà dove andava, forse a prendere l’acqua, lontano. Aveva 27 anni e un altro bambino piccolo oltre a tre figli morti nel primo anno di vita. Denis resterà con noi almeno per tre anni. Il suo sguardo consapevole e rassegnato accompagna l’allontanarsi del suo papà.

Maresa

 

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

The king of Awach

IMG-20150101-WA0005

Piccole storie dall’Uganda. The king of Awach.

Per il primo dell’anno, io e Paolo, decidiamo di andare a trovare Philip, un ragazzo che ha vissuto al St.Jude fino allo scorso settembre, quando ha deciso di tornare al suo villaggio a Paicho, poco lontano dal St.Jude. Con noi si aggiunge Vincent e la sua fedelissima stampella, indispensabile per aiutarlo a camminare, causa della poliomelite che lo ha colpito da piccolo. La strada fatica a scorrere ma dopo quasi un’ora arriviamo alla casetta di Philip. Lui non c’è ci dicono. È alla chiesa a pregare ma è poco distante e in dieci minuti di cammino lo raggiungiamo subito. Eccolo lì, “the king of Awach”, come l’hanno nominato scherzosamente i suoi amici. Un berretto jamaicano con l’immagine di Bob Marley identifica subito il personaggio che abbiamo di fronte. Nonostante una malformazione agli arti dalla nascita che lo costringe su una sedia a rotelle, Philip è riuscito ad inserirsi nella sua comunità e a guadagnarsi un’immagine che molti invidiano.DSC01009 Sarà anche perchè la sua condizione gli ha regalato una casetta e l’assistenza di Brother Elio, che lo segue dal primo giorno che l’ha raccolto al campo profughi di Paicho.

Ci dirigiamo nuovamente verso la casa di Philip e ci accomodiamo all’ombra dell’albero di mango curiosi di farci raccontare le sue giornate con il fratello, la moglie, i suoi due bambini e gli amici che vivono nelle capanne vicine. È felice e non ha nessuna intenzione di tornare al St.Jude, anche se sa che lì potrebbe frequentare la scuola che ha voluto abbandonare. Ci lasciamo cullare dalla brezza fresca e dal suo sorriso che illumina questo primo giorno dell’anno. Il tempo miracolosamente si è fermato. Intorno a noi non c’è nulla e tutto allo stesso tempo…ma per i ragazzi di oggi è troppo poco. Anche loro fanno parte del mondo social, sempre collegati in tempo reale con una realtà virtuale che nulla ha a che fare con una capanna minuta, un piatto di riso e qualche gallina. Accettiamo volentieri l’invito a pranzo del fratello di Philip e ci facciamo posto nella sua capanna. La moglie, inginocchiata al nostro fianco, ci porge la bacinella per lavarci le mani che useremo come cucchiaio per servirci le pietanze che ci ha premurosamente cucinato. Le parole non mancano e si chiacchera come in un qualsiasi locale davanti ad un aperitivo. In quattro metri quadrati si concentra la vita di quattro persone: si mangia, si dorme, si discute, ci si ama…la vita in uno spazio minimo. La stessa nostra vita ma così diversa. Salutiamo Philip e risaliamo in macchina. I bambini più piccoli che al nostro arrivo ci guardavano diffidenti ora ci salutano. Apowo!! Grazie Philip di averci regalato un primo dell’anno così speciale. Presto torneremo a trovarti e siamo sicuri che ti troveremo sempre lì, sulla tua sedia e il tuo sorriso così regale. Il sorriso di “the king of Awach”!

Silvia

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

Hope

1901172_785789694791521_5453318094176165590_nPiccole storie dall’Uganda. Hope

Ha 20 anni Jackline, un viso serio, lo sguardo penetrante. Tornava a casa sul boda-boda (moto taxi), un incidente, uno dei tanti che accadono qui. Trauma cranico e frattura della colonna vertebrale. Un anno di ospedale e dopo in carrozzella. Ora frequenta le scuole superiori e vorrebbe diventare un medico. Ha capito che deve farcela da sola perché oltre all’orfanotrofio non ha altri posti in cui stare. Nessuno può prendersi cura di lei, neanche la sua mamma e la casa è inaccessibile per chi è su una carrozzella. A volte è disperata ma sul suo profilo facebook ha aggiunto al suo nome “Hope” e la sua foto è radiosa.

Maresa Perenchio (volontaria neuropsichiatra)

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email

Francois

francoisPiccole storie dall’Uganda. Francois

C’è un Ospedale nel West Nile al confine con il Congo. Un Ospedale missionario, ad Angal. Francois è nato lì due anni fa. La sua mamma è morta di parto dopo un taglio cesareo e il papà è ritornato in Congo per accudire gli altri figli. Francois è stato affidato a Susan, l’ostetrica che aveva assistito la mamma durante il parto. Un bel bambino sano e intelligente. Un anno fa malaria cerebrale che ha cambiato la sua vita. Ora, non sente, non vede, ha problemi motori e l’epilessia.  Susan non riesce più ad occuparsi di lui perché deve lavorare ed ha altri orfani a cui badare e vuole che Francois possa avere la riabilitazione di cui ha bisogno.  Oggi arriva accompagnata da medici italiani che sostengono l’ospedale. E’ una bella signora, alta, uno sguardo fiero e triste che va oltre. Tiene il bambino stretto in braccio come un oggetto delicato e prezioso. Sa che è qui per lasciarlo, ma non è pronta.  Prendiamo dolcemente Francois dalle sue braccia, lui sembra non accorgersene. Lei si allontana per non mostrare le sue lacrime. Anche noi siamo commosse e ci stringiamo attorno al bambino in un grande protettivo abbraccio.

Maresa Perenchio (volontaria neuropsichiatra)

CondividiShare on Facebook
Facebook
0Email this to someone
email